Questa è la risposta che Piero Fassino, il segretario dei Democratici di Sinistra, ha spedito ad alcune persone per spiegare loro il mancato sostegno al Sì per i due Referendum popolari dello scorso giugno.
Fassino era stato contattato e sollecitato da una serie
di cittadini, che si erano ritrovati sul sito web: lagiustacausa.it
Questa è una delle risposte
Cara Giancarla, rispondo volentieri alle Tue considerazioni sull’art. 18.
Mi scuserai per il ritardo e per la
risposta non breve, ma mi pare giusto sottoporti i molti argomenti che hanno
motivato le
posizioni assunte dai DS.
1. Intanto l’oggetto del referendum. I cittadini erano chiamati a
pronunciarsi sull’articolo 18 dello Statuto, in particolare laddove
quell’articolo riconosce a tutti i lavoratori il diritto alla giusta causa, ma
ne differenzia le modalità di applicazione.
Sulla base di quell’articolo – e della legge 108 approvata nel ’92 su
sollecitazione sindacale – oggi per le aziende con più di 15 dipendenti se il
licenziamento è senza giusta causa si procede al reintegro del lavoratore nel
posto di lavoro; se l’azienda ha meno di 16 dipendenti il giudice può
decidere o il reintegro o un indennizzo fino a 14 mensilità. Va ancora detto
che se il licenziamento non solo è senza giusta causa, ma è frutto di una
discriminazione di sesso, religione, politica o etnica, ha diritto al reintegro
obbligatorio anche il dipendente di aziende con meno di 16 dipendenti. Con il
referendum si proponeva di abolire la differenza tra aziende con più o meno di
15 dipendenti, estendendo a tutti il reintegro automatico. Dal che si capisce
che l’argomento per cui bisognava votare sì perchè il referendum era contro
Berlusconi era del tutto infondato.
2. Qualsiasi persona ragionevole capisce bene che non ha alcun senso
considerare un’azienda artigiana o commerciale di 4 o 6 – 9 dipendenti
uguale alla Fiat o all’Enel o alla Pirelli. Ed è per questo che lo Statuto
dei lavoratori – sì lo Statuto, non una legge della destra – distingue tra
aziende grandi e aziende piccole. Ignorare questa distinzione ha la sola
conseguenza non di colpire Berlusconi, ma di gettargli nelle braccia artigiani,
commercianti e lavoratori autonomi che da questo referendum si sono sentiti
ingiustamente colpiti.
3. La conseguenza vera di un eventuale vittoria del sì non sarebbe stata
l’aumento dei diritti, ma la crescita del lavoro nero, sommerso e irregolare a
cui le piccole imprese sarebbero state spinte.
4. Vorrà pur dire qualcosa che uomini come Cofferati, Trentin, Carniti,
Ruffolo, Treu, Pizzinato, Benvenuto, Sylos Labini e altre note personalità
della sinistra e del movimento sindacale abbiano considerato questo Referendum
sbagliato e inutile, raccomandando la non partecipazione al voto.
5. Il risultato stesso dimostra in modo chiarissimo come questo
referendum aveva pochissime possibilità di vincere. Se anche i DS avessero
deciso di votare sì, forse ne avrebbero aumentato la quantità, ma non
avrebbero evitato la sconfitta. E dopo il successo elettorale delle
amministrative – che è stato in primo luogo un successo dei DS – una
sconfitta che coinvolgesse i DS avrebbe, questo sì, fatto un favore a
Berlusconi.
6. Tutto questo non significa affatto che non si debba affrontare il tema
dei diritti dei lavoratori. E noi lo abbiamo fatto e lo stiamo facendo, sia
contestando in Parlamento le proposte del governo di precarizzazione del lavoro,
sia presentando proposte che diano a ogni lavoratore garanzie e diritti. Per
questo abbiamo depositato proposte per una nuova Carta dei Diritti dei
lavoratori; una riforma degli ammortizzatori sociali che estende cassa
integrazione, indennità di disoccupazione e indennità di mobilità anche ai
lavoratori che oggi non dispongono di questi strumenti; una riforma del processo
del lavoro che sia più rapida e più dura.
7. Voglio infine anche affrontare il tema dell’unità del
centrosinistra. Tutti vogliono l’unità come condizione per battere Berlusconi.
Proprio per questo quel referendum era sbagliato : quand’anche i Ds avessero
deciso di votare sì, al referendum erano contrari Margherita, Udeur, Sdi. Così
come contrari erano Cisl, Uil e buona parte della Cgil. E contrarie erano tutte
le associazioni di categoria, ivi comprese quelle più vicine al centrosinistra
come Cma, Confesercenti, Confindustria Agricoltura. Tutto questo lo sapeva anche
Bertinotti. E allora c’è da chiedersi perché abbia insistito fin
dall’inizio su un referendum che era perso in partenza.
8. Sono tutte queste le ragioni che ci hanno portato alla indicazione di
non partecipare al voto per ridurre i danni che il referendum avrebbe provocato.
Al tempo stesso, ci battiamo perché si approvino leggi che garantiscano i
diritti di tutti i lavoratori.
Ringraziandoti per l’attenzione, con amicizia
Piero Fassino