Cinema
di Matteo Lenzi
"This is the end..." è il sarcastico incipit questa visionaria opera di Francis Ford Coppola, con le note disilluse dei Doors che accompagnano uno scenario di distruzione, una foresta vietnamita devastata dal napalm dell'aviazione USA. Come suggerisce il titolo stesso, questo film è una dissertazione sulla "fine": la fine della ragione, dell'umanità, della pietà. Un anti-apologo sul male, che viene mostrato usando come metafora una delle più crude e incomprensibili tragedie del nostro tempo: la guerra del Vietnam. Chi si aspetta un pamphlet di polemica antiamericana rimane deluso al pari di chi spera di assistere ad una celebrazione dell'eroismo USA in stile John Wayne: ciò che interessa all'autore è piuttosto mostrarci la natura umana, più specificamente la sua polimorfa risposta all'orrore e al male di vivere; e soprattutto guidarci in un doppio viaggio, fisico e mentale, di "...centinaia di miglia su per un fiume che serpeggiava attraverso la guerra come un cavo elettrico, con il terminale inserito direttamente dentro Kurtz".
La storia è un riadattamento del romanzo "Cuore di tenebra" di Joseph Conrad, ad ulteriore conferma del carattere "universalista" della pellicola, quasi a dirci che la storia si ripete, qualunque siano i tempi ed i conflitti in questione. Il capitano Willard, impersonato da un ottimo Martin Sheen (che durante le massacranti settimane di riprese fu colto persino da un attacco cardiaco), viene incaricato dalle alte sfere di stanza a Na-Trang di "porre fine" al comando del colonnello Kurtz, un ufficiale dislocato nella giungla cambogiana, accusato di "omicidio" (!). "Accusare uno di omicidio qui è come fare multe per eccesso di velocità alla 500 miglia di Indianapolis" pensa tra se' il capitano Willard, che ha già intuito il carattere ambiguo della missione. Con questi dubbi parte, lungo il fiume Nung, alla volta del villaggio in cui si è insediato Kurtz, in un viaggio più simile ad una discesa all'inferno che ad una missione militare. In effetti, Kurtz (Marlon Brando), la cui attesa occupa perlomeno tre quarti del film, ci appare come una figura dannata, testimone e depositario dell'orrore e del dolore dell'esistenza, che lo ha reso un essere ormai lontano dal comune senso della realtà, lontano perfino da se stesso, da ciò che era prima. Un essere che attende soltanto la propria personale apocalisse, che lo liberi da una condizione ormai insostenibile.

Ciò
che in realtà gli alti comandi americani temono non sono tanto gli atti
compiuti da Kurtz, quanto ciò che si nasconde dietro di essi, che trapela dalle
dichiarazioni di Kurtz stesso, intercettate dai servizi segreti: esternazioni
che mettono a nudo le contraddizioni, le ipocrisie, la cattiva coscienza, in
primis di un apparato militare che "...sparge napalm sui villaggi ma poi
impedisce ai propri soldati di scrivere CAZZO perché considerato
osceno..."; e in ultima analisi anche della società stessa a cui
appartiene, che su simili ipocrisie poggia la sua stessa esistenza.
Ad ammantare di un'aura luciferina il personaggio è anche il fatto che Kurtz,
da uomo eccezionalmente dotato, intelligente ed infinitamente umano, abbia
compiuto una parabola di degradazione e isolamento da una umanità che non
riconosce più come sua; non un folle quindi, al contrario un individuo talmente
lucido da essere sopraffatto da un carico di dolore insopportabile.
Scrivi
a Matteo: matteolenzi@virgilio.it